L'Amante della Natura

Submitted by Cecilia Klynne on Tue, 2007-07-10 04:08.

Foto: Peter de RuFoto: Peter de Ru

Axel Munthe amava il canto degli uccelli e aspettava con impazienza la primavera quando piccioni selvatici, merli, trampolieri, quaglie, cutrettole, rondini, allodole e tante altre specie, tornavano a cantare nel giardino di San Michele, fermandosi a riposare a Capri, durante la migrazione verso nord.

Era, allo stesso tempo, preoccupato, sapendo che gli uccelli migratori erano minacciati, perché in quella stessa stagione a Capri si cacciavano gli uccelli, in particolare le quaglie, disseminando l’isola di reti.

Le quaglie erano considerate una prelibatezza e, catturate, venivano inviate sulle barche ai ristoranti della terraferma. Munthe tentò invano di convincere gli isolani ad astenersi dalla caccia agli uccelli, ma incontrò una forte opposizione, trattandosi di una fonte di guadagno sicura e di una tradizione antica. Per difendere le prede dagli abitanti dell’isola, insegnò ai suoi cani ad abbaiare durante la notte e sparava con il cannone. Il suo comportamento non incontrò il favore dei capresi, che si opposero giungendo, tra l’altro, ad avvelenare uno dei suoi cani. Tentò di ottenere un divieto da amici influenti, ma senza successo, perché era proprio nelle alte sfere che si gustavano con piacere tali piatti.

Per facilitare la cattura, si usavano, come esche, uccelli che facevano sentire il loro richiamo notte e giorno. Non tacevano mai, perché i loro occhi erano stati cavati con aghi arroventati, secondo una pratica diffusa all’epoca e conosciuta come abbagliamento. Questo metodo fu successivamente vietato.

Monte Barbarossa, località rinomata per la caccia degli uccelli, era proprietà di un agiato uomo della terraferma. L’uomo, in precedenza un macellaio, continuava ad alzare il prezzo del suo possedimento per impedire a Munthe di acquistarlo. Fu solo quando il macellaio si ammalò, che Munthe riuscì ad entrare in possesso di tutto Monte Barbarossa e a trasformarlo da trappola in, per usare le parole di Munthe, rifugio degli uccelli. (Axel Munthe, Stoccolma 1930, p.340). Approfondimenti in ”Ricerche Ornitologiche a Barbarossa”.

L’uomo che amava tutti gli animali

Munthe era grande amico degli animali e prese spesso le loro difese, scrivendo articoli polemici e devolvendo parte delle sue entrate alla protezione animali. Nel suo testamento lasciò 100.000 corone alla protezione animali svedese per combattere la riduzione in cattività degli animali e per proteggere gli uccelli migratori. Durante la sua vita donò fondi alla scuola di specializzazione in veterinaria per la cura dei cani estoni e per gli amici dei piccoli volatili. Nel 1944 arrivò a pagare la tassa di proprietà sui cani per gli anziani indigenti di Stoccolma.

Era stato un cacciatore in gioventù, ma si oppose, più tardi, a tutte le forme di caccia praticata come passatempo. Considerava, invece, legittima la vivisezione sugli animali finché praticata con finalità scientifiche.

Condannava duramente i circhi itineranti. In “Lettere e schizzi” - Bref och skisser descrive accuratamente il loro funzionamento e le condizioni in cui vivevano gli animali.

Ci restituisce l’immagine dell’orso seduto in una gabbia talmente stretta da non permettergli di alzarsi. Rimane seduto con la parte superiore del corpo eretta e la sua testa dondola apaticamente avanti e indietro.

Descrive anche l’aquila reale, catturata da piccola, che, a tre anni di età, non sarebbe sopravvissuta a lungo, dato che tenuta in gabbia si lascia morire. Le descrizioni minuziose del comportamento degli animali e del loro stato emotivo in Bref och skisser, dimostrano la volontà Munthe di stimolare una presa di posizione del lettore contro la messa in cattività degli animali. Si rivolgeva direttamente al lettore e introduceva il racconto sottolineando che avrebbe descritto gli animali per il lettore.

L’appello diretto al lettore costituisce, a mio parere, un riuscito tentativo di Munthe ad attirare la compassione e l’attenzione del lettore.

Munthe ammise di avere lui stesso, da giovane, rinchiuso gli animali in gabbia, ma che tentava ora di rimediare, facendo del suo meglio. L’ammissione di colpa rafforza, a mio avviso, la credibilità dell’impegno di Munthe in favore degli animali.

I cani, in particolar modo, erano cari al cuore di Munthe e durante un periodo a San Michele ne ebbe otto. Li riteneva gli esseri viventi sul piano morale più simili a noi e degni di essere amati. Andavano addestrati con pazienza e dando loro piccole ricompense e non bisognava mai usare violenza a un cane.

Credeva nella telepatia tra cani e uomini, sostenendo che il cane è in grado di leggere i pensieri del suo padrone.

Il più amato dei suoi cani fu un gran danese di nome Puck. Quanto profondamente fosse affezionato a Puck lo testimonio la scelta di Munthe di sostituire il proprio nome con Puck al momento di pubblicare alcuni articoli.

Puck morì durante un estenuante viaggio sulle Alpi in compagnia del suo padrone e il lutto fu profondo. Durante una scalata furono bloccati dalla neve; Puck rimase paralizzato e si spense tra le cure di alcuni monaci sul valico del Simplon,

Oltre Puck, Munthe possedeva, tra gli altri, un cane lappone, Tappio, un cane lupo, Gorm, un cane di nome Wolf, un foxterrier e il maremmano Barbarossa.

I cani non erano gli unici animali a San Michele. Erano presenti scimmie, tartarughe, una mangusta, un gatto siamese e una civetta. Munthe aveva trovato la piccola civetta nella campagna romana con un’ala ferita da un colpo di arma da fuoco.

Curò la civetta e, quando l’ala fu guarita, voleva lasciarla libera, ma questa ritornò e lui la tenne come animale domestico e la portò con se sulla nave che lo riportava a casa, a Villa San Michele.
La civetta si affezionò profondamente a Munthe e non voleva mai allontanarsi da lui.

Con il minuscolo becco gli picchettava dolcemente le labbra in segno di devozione.

Sulla nave per Capri, erano con lui, anche la scimmia Billy e una mangusta, altro animale domestico di Munthe.

La scimmia Billy, come veniamo a sapere dallo stesso Munthe, gli era stata affidata nell’imminenza di un viaggio da un altro medico di Roma. Questi non fece mai ritorno e la scimmia rimase con Munthe.

Billy era un babbuino molto dispettoso, che rendeva la vita difficile agli ospiti di San Michele e agli altri animali della villa.

Ne La Storia di San Michele, racconta che, durante una sua assenza, Billy lanciò una carota su un passante rompendogli gli occhiali, attaccò il foxterrier, prese in ostaggio il gatto siamese e mangiò le uova delle tartarughe.

Si divertiva a infastidire le tartarughe bussando sui loro gusci. Appena facevano capolino, le colpiva sulla testa di modo che si ritraessero immediatamente, per poi ricominciare.

Quando Billy attaccò il foxterrier, rimasero coinvolti tutti gli altri cani. All’improvviso fece la sua apparizione la mangusta e la scimmia si rifugiò su un albero. La scimmia Billy non temeva alcun animale a parte la mangusta, che si aggirava indisturbata per il giardino. Tutti gli animali rispettavano la mangusta. Sebbene si trattassi di un animale di piccole dimensioni, i cani sparivano sempre al suo arrivo.

Dopo la zuffa con i cani, Billy si rifiutò di continuare a togliere le pulci dal loro pelo, attività in cui si era dimostrata particolarmente abile.

I molti aneddoti sugli animali ne La Storia di San Michele, testimoniano, a mio avviso, che Munthe prestava una reale attenzione alle diverse ‘personalità’ degli animali e si divertiva ad osservare i loro comportanti, sebbene non possiamo mai essere sicuri che quanto narrato nel libro corrisponda sempre a verità.

La festa di Sant’Antonio, dedicata al patrono, era la ricorrenza più importante di Anacapri. Durante i festeggiamenti, lungo le strade avanzava una processione a cui partecipavano, tra gli altri, predicatori, autorità del paese, la statua del Santo, animali, bambini, ragazze, giovani, vecchie e la banda musicale invitata per l’occasione. La processione si concludeva davanti San Michele. Gli altri animali non si mostravano interessati alla musica o si limitavano ad osservare tranquillamente, ma si rendeva necessario rinchiudere Billy nella casa delle scimmie, dove continuava imperterrita a produrre un baccano insopportabile. L’unica persona che temeva era Munthe.

Munthe considerava le scimmie creature estremamente intelligenti e, secondo lui, era possibile ingannare un cane, ma mai una scimmia.

Il cane si fida ciecamente di tutto quello che gli viene detto, ma la scimmia ha la capacità di comprendere l’essere umano. Le scimmie, dal canto loro, possono ingannare le persone, perché, secondo Munthe, sono più intelligenti degli esseri umani. Nel suo sogno su San Michele, descrive i suoi studi sulla personalità delle scimmie. Analizza il modo che hanno le scimmie di arrossire, i loro inganni e trucchi. Attribuisce alla scimmia caratteristiche umane.

È convinto che anche i cani, suoi animali preferiti, possiedono le stesse caratteristiche. Munthe suggeriva di non abbatterli con il veleno; un metodo, contrariamente a quanto si credeva, molto doloroso. Il modo più compassionevole di porre fine alle sofferenze di una cane, praticato dallo stesso Munthe, è sparargli attraverso l’orecchio. I cani di Axel Munthe sono sepolti sotto i cipressi di Materita.

I cani della regina Vittoria

Da Vittoria, a quel tempo principessa ereditaria e in seguito regina di Svezia, Munthe ricevette in regalo due cani: uno si chiamava Yallah, l’altro era un cane lappone di nome Tappio. Munthe contraccambiò, regalando a Vittoria il suo cane Tom. Negli anni si sarebbero regalati altri animali. Era il suo medico personale e lei condivideva il suo interesse per gli animali. Le dedicò La Storia di San Michele con le parole:

Munthe scrive:

Alla REGINA, protettrice degli animali oppressi, amica di tutti i cani” (Axel Munthe, Stoccolma, 1930, p.5)

La regina Vittoria, al pari di Munthe, era innamorata degli animali dalla più tenera età. Durante il matrimonio con Gustavo, erede al trono e in seguito re di Svezia, ebbe almeno otto cani, tra cui levrieri russi, carlini e cani lapponi. Munthe e lei condividevano la convinzione del legame speciale tra cane ed essere umano.

Riteneva che per curare un cane malato, era necessario non solo amarlo, ma anche saperlo capire.

Era convinto che fosse più semplice comprendere un cane che un essere umano e che fosse possibile leggere nella mente di un cane. Descrive il cane come fidato e fedele e afferma che, se viene trattato bene e gli si concedono piccoli privilegi, si sottomette volentieri. Il cane è in grado, a sua volta, di leggere i pensieri del suo padrone.
La presenza a San Michele di un numero imprecisato di animali è testimoniata dal figlio, Malcolm Munthe, che racconta di quando suo padre entrò, un giorno, nella stanza di Malcolm e di suo fratello, con due porcellini d’India.

I ragazzi avrebbero potuto tenere i porcellini d’India, a patto di occuparsene in modo appropriato e di non sollevarli mai tenendoli per la coda, perché sarebbero loro caduti gli occhi.

Malcolm e il fratello cercarono a lungo le code dei porcellini d’India. I porcellini d’India si chiamavano Filemone e Bauci e furono sistemati, insieme ai conigli, dietro gli alloggi della cameriera. L’aneddoto arricchisce la personalità di Munthe sia come uomo sia come amico degli animali. Adora circondarsi di animali e non sembra preoccupato di limitarne il numero.

La bugia innocente raccontata ai figli, sulla coda dei porcellini d’India potrebbe essere letta come un modo scherzoso di far capire loro che gli animali vanno trattati con cura.

Veniamo a sapere di più sul comportamento, risaputamene eccentrico, tenuto verso i suoi simili. Poteva agire, come lui stesso ammette, in maniera poco professionale e priva di tatto con i pazienti, ma si dimostrava, al contrario, paziente e rispettoso con gli animali.
Quanto Munthe amasse gli animali si evince non solo dai tanti animali della villa e dai contributi per la protezione animale, ma anche dalle riflessioni contenute nei suoi libri. Espone le sue opinioni in ”Zoologia” in Bref och skisser:

Munthe scrive:

Ma amo gli animali, gli animali oppressi, disprezzati, e non mi importa se si ride di me, quando dico che mi trovo meglio tra loro, che in compagnia della maggior parte degli esseri umani che incontro sulla mia strada.” (Axel Munthe, “Zoologia”, Bref och skisser, Stoccolma, 1920, p. 232)

In una delle prefazioni a La Storia di San Michele annota quanto segue:

Munthe scrive:

ma almeno in un argomento non ho mai ingannato i miei lettori: nel mio amore per gli animali. Li ho amati e ho condiviso le loro sofferenze per tutta la vita. Li ho amati infinitamente più di quanto abbia mai amato i miei simili.” (Axel Munte, Stoccolma, 1930, p.25)

Munthe evidenzia di aver amato gli animali, ma, sono convinto che fu un amico altrettanto grande degli esseri umani. Non aiutava solo i suoi amati animali, ma era attivo, come lui stesso racconta, tra i bisognosi di Capri, di Napoli e di Parigi, e in molte occasioni si adoperò senza quasi compenso sia in aiuto degli animali che delle persone.

Poteva permettersi di non prendere soldi dai bisognosi, grazie alle somme esorbitanti ricevute dai pazienti facoltosi.

Åsa Wretman
Laureanda in letteratura, presso l’Università di Stoccolma