Antichità classiche

Submitted by Cecilia Klynne on Mon, 2007-07-09 09:16.

Foto: Peter de RuFoto: Peter de Ru

Possiamo credere a Munthe quando racconta di aver ritrovato frammenti di opere antiche nella tenuta di San Michele e nel mare sottostante?

O di come in sogno venne guidato da Mefisto nelle sue ricerche sulla terraferma. Se consideriamo che l’età media dei reperti sfiora i duemila anni e presumiamo che ogni oggetto della collezione ha una propria storia, misteriosa e intrigante, ma a noi ignota, possiamo dare credito a una storia come a un’altra.

Ma per avere notizie esatte, non dobbiamo affidarci a Munthe. Le ricerche attuali indicano che parti della collezione provengono originariamente da Roma, dal Lazio, dall’Etruria e dalla Campania.
È conservata un’unica ricevuta, che testimonia che Munthe acquistò un sarcofago da un antiquario di Roma. La decorazione descritta nella ricevuta, non corrisponde al motivo decorativo raffigurato sul grande sarcofago marmoreo presente a San Michele.

Freccero scrive:

La ricevuta dimostra che Munthe comprò un’opera d’arte, ma non possimo identificare il reperto - un’autentica storia alla Munthe!

Il sarcofago è databile al III secolo d.C.. Presenta un fregio a rilievo, raffigurante divinità marine, nereidi e tritoni, che giocano tuffandosi tra le onde. È attualmente utilizzato come vaso per le piante di papiro.

Freccero scrive:

La maschera di Medusa, ritrovata da Munthe in fondo al mare, proviene indubbiamente da Roma. È una delle tante maschere di Medusa che decoravano il tempio di Venere e Roma, edificato da Adriano nel 207 d.C..

Otto maschere sono note da tempo. Una maschera, delle medesime proporzioni delle altre, è stata da poco identificata a Roma, potrebbe essere la nona della serie.

Da Roma proviene anche il raro rilevo funerario inserito all’esterno della cappella. Vi si ammira una madre con il figlioletto a grandezza naturale. Il frammento costituisce, probabilmente, la parte sinistra di un ritratto di famiglia, in cui il padre era collocato all’altro lato del figlio.

Le figure sono vestite secondo la tradizione romana, allora in voga, la madre in una lunga tunica che le copre quasi i piedi, e con un mantello rettangolare, palla, drappeggiato intorno al corpo.

Freccero scrive:

In quanto donna libera tiene un lembo del mantello in modo da coprire la nuca e il capo.

Il bambino è vestito di una corta tunica e ha un ciondolo cilindrico, bulla, in un laccio legato intorno al collo. Le acconciatura della donna e del bambino e il modo in cui sono rese le pieghe dei drappeggi, permettono di datare il rilievo tra il 13 a.C. e il 5 d.C..

Munthe racconta di aver trovato nel suo giardino un ritratto dell’imperatore Augusto. Fa anche menzione di un ritratto di Nerone.

Freccero scrive:

Il ritratto di Augusto potrebbe essere lo stesso che viene descritto come ritratto di Tiberio, sottratto da un turista.

Ignoriamo dove si trovi attualmente il ritratto di Nerone. È presente, però, una testa di piccole dimensioni e dalle forme delicate, che rappresenta Commodo adolescente. Commodo era figlio di Marco Aurelio e Faustina Minore e fu imperatore dal 180 al 192.

Ritratti di membri della famiglia imperiale venivano eseguiti in occasione delle celebrazioni di avvenimenti importanti. L’originale veniva copiato e le repliche inviate a tutti le province dell’Impero.

Il ritratto, dal sensibile modellato, è parte di una serie, realizzata intorno al 177, quando Commodo venne ufficialmente proclamato coimperatore del padre. Alcune parti della testa sono danneggiate, forse in conseguenza a un colpo infertole. Dettagli quali nasi e orecchie venivano spesso scalpellinati, dopo la destituzione o la morte di personaggi invisi.

Un ulteriore reperto proviene da Roma, ritrovato presso il castello di Lunghezza, una proprietà di famiglia fuori Roma. È un frammento di una statuetta che ritrae la dea vergina Diana, rappresentata come dea della caccia.

Freccero scrive:

È vestita di una corta tunica con la faretra sulla spalla destra. È probabile che impugnasse arco e freccia. Il drappeggio fluente è trattenuto da una benda allacciata sotto il seno.

La statuetta, copia romana di un originale attribuito allo scultore greco Leochares, è databile al primo secolo d.C.. Di provenienza ignota è, invece, la piccola ara votiva in marmo bianco dedicata a Diana nella sua funzione di Trivia, dea della morte e degli inferi. Sul lato anteriore di forma triangolare dell’ara si legge l’iscrizione DOMITIA VOLUPTAS TRIBIABUS D D, traducibile come ”Domitia Voluptas diede in dono a Trivia”.

Freccero scrive:

Nel giardino di Villa San Michele, durante gli scavi condotti nel 1954, fu rinvenuta una statua in marmo bianco raffigurante Ercole con la pelle del leone.

L’eroe tiene nella mano sinistra i pomi dorati delle Esperidi e porta sul braccio la pelle del leone.

Mancano la testa e parti del braccio e della gamba destra. La scultura, databile tra 1-50 a.C., si rifa a un modello conosciuto dal IV secolo a.C.. La scultura non ritrae l’eroe come atleta, ma come un uomo di statura bassa e muscolosa, forse fu realizzata da uno scultore locale.

Di proporzioni squisitamente classiche è, invece, il dio della guerra Marte rappresentato su un rilievo frammentario di provenienza incerta. Il frammento, di dimensioni notevoli, è inserito nella parete del chiostro della loggia delle sculture.

Freccero scrive:

Il giovane guerriero è in posa rilassata, concentrato e a riposa con il mantello poggiato sulle spalle e la corazza alla sua sinistra. Il piccolo Eros si aggrappa giocosamente alla lancia del padre.

Il frammento è databile al I secolo d.C.. Rappresentazioni di Marte e Venere erano molto comuni nell’arte romana e molti sposi sceglievano di farsi ritrarre come le due divinità. Il fatto che Venere venisse considerata la progenitrice della stirpe di Giulio Cesare, aveva la sua importanza.

Una rilevante parte della collezione consiste di frammenti di dimensioni minori provenienti da rilevi di sarcofagi. Tra questi molti sono di fattura pregevole con motivi decorativi comuni in epoca imperiale romana.

Colonne, capitelli, basi e iscrizioni sono incluse nella vasta collezione e sono presenti migliaia di reperti marmorei di diversi colori, alabastro, porfido e altre pietre dure, ora costituenti ora la decorazione pavimentale nella sala delle sculture.

Nella villa sono conservate molte panche marmoree su supporti antichi. Alcuni sono modellati come grifi, altri come zampe leonine, forme che compaiono in Egitto e in Mesopotamia più di 2000 anni a.C.. Queste sono comuni come supporti di sedie e tavoli in epoca augustea.

Altri frammenti sono stati reimpiegati come ripiani di tavoli, sostenuti da capitelli di grandi dimensioni. A San Michele sono attestate tutte le qualità di marmi e pietre dure, rinomate durante l’antichità.

Freccero scrive:

Ma come porsi riguardo alla questione dell’autenticita? La collezione è composta da opere originali, sono copie o si tratta addirittura di falsificazioni?

Un inventario, curato nel 1977 dal Ministero della Cultura della Provincia di Napoli, attesta che i reperti della collezione sono, nella maggior parte, databili ad epoca romana imperiale.

Agneta Freccero
Laureata in Conservazione dei Beni Culturali