Con l’Io come cura

Submitted by Cecilia Klynne on Tue, 2007-07-10 04:58.

Munthe scrive:

…ma io ero a conoscenza di qualcosa che loro chiaramente ignoravano: che non esiste una medicina più efficace della speranza”

Il punto di partenza
Non riesco a inquadrare Axel Munthe. In questa constatazione sono lungi dall’essere originale. Anzi, al contrario: niente è più banale del definire Munthe enigmatico, contraddittorio, complesso. Il misteriorso dottor Munthe, Munthe la doppia natura. Il misantropo e l’amante dell’essere umano. Il pensatore e l’uomo d’azione. Il solitario e il mondano, sudiatamente, ricercato. L’esteta con ”la rara capacità di sembrare in disordine”. Dopo una patetica e intensa fase eroicizzante culminata nel centenario del 1957 che lo vide posto allo stesso livello di figure quali Birgitta, Linné, Swedenborg e Selma Lagerlöf -”uno degli uomini più rimarchevoli che abbia scritto in lingua svedese”- seguì naturalmente il declinio e poi il silenzio. La smitizzazione di Munthe sembrò concludersi con la sua riduzione all’equivoco personaggio Mefisto, così come viene rappresentato nella biografia di Staffan Tjernelds negli anni Settanta oppure nell’astiosa caratterizzazione, di qualche anno posteriore, di Olof Lagercrantz: ”un demistificatore dell’umanità e quindi un precursore del fascismo”. Il modernismo radicale non aveva bisogno di eroi del suo stampo, residui di un passato autoritario e patriarcale, individualisti che agivano con prepotenza ponendosi su un piedistallo.

È, indubbiamente, inutile cercare di rispondere alla domanda: chi era veramente Axel Munthe?

Non è Munthe il mito. Il mito è la convinzione che possa esistere un Io autentico da svelare al di là della maschera, del travestimento, degli scritti dell’epoca e del contesto.

L’Io, che Munthe possedette, sembra in parte imperscrutabile anche a sè stesso. Si osserva da ogni angolazione, si analizza, gioca con il meta-personaggio e il ruolo del doppio, si presenta come l’Uomo Senza Qualità, ridicolazza le sue vanterie per poi, un attimo dopo, tornare a vantarsi. È come se si aspettasse di venire smascherato. Giunge ripetutamente alla conclusione di esser un enigma ai suoi stessi occhi, il suo potere sugli uomini e sugli animali è qualcosa di ”quasi demoniaco”, al di là di ogni possibile spiegazione.
Perchè perdere tempo con Munthe, mi chiedono. Già, perchè?
Per ottenere più di un stanco riconoscimento nei circoli letterari, è necessario giustificarsi, dimostrando che vale la pena dedicare tempo a Munthe. Nella rilettura del passato, cui ci si dedica spesso attualmente, sembra essere giunta l’ora di un riesame. Non sono in grado di giudicare se Munthe regga una rilettura – credo che qui le convenzioni siano forti: le nuove interpretazioni ripercorrono vecchie immaggini, distruggono, capovolgono.
Ma la novità non implica, necessariamente, qualcosa di nuovo. Può anche comportare qualcosa di più profondo e sfaccettato. L’intenso dibattito in materia di biografie, svoltosi nell’ultimo decennio, sulla possibilità di scrivere della vita di un’altra persona, ha oscillato tra diversi estremi – la biografia eroicizzante idealizzata, la riduzione marxista dell’individuo a riflesso della collettività, la decostruzione radicale postmoderna dell’Io - fino a raggiungere lo stadio che suole definirsi il ritorno del soggetto. Questo comporta, in primo luogo, di porre al centro il rapporto vita/opere, poi, di seguito, di sperimentare consapevolmente le diverse prospettive interpretative.

Tra queste si annoverano la biografia psicologica (che lavora sulle varianti del metodo psicoanalitico), la biografia sociologica (che si focalizza sulla relazione con la classe, il gruppo di appartenenza o l’immaginario collettivo), la biografia contestualizzata (che analizza l’individuo in relazione al contesto contemporaneo), ma forse, principalmente, la c.d. biografia esistenziale. Questa analizza la vita e le opere come progetti esistenziali.

Questa pone attenzione agli sforzi e agli impulsi dell’individuo- anche contradditori, esagerati, che non riscuotono simpatie e falliti – anzichè tentare di costruire una logica esitenziale coerente. Sono centrali le intenzioni, più che le motivazioni. È forse solo adesso che possiamo avvicinarci a Munthe, liberi da ogni ambizione di trovare il suo Io coerente. L’Io si compone di Io molteplici, stratificazioni mutevoli che si attuano in relazione a situazioni, possibilità, scenari e linguaggi offerti.

I diversi Io
Questo è il mio punto di partenza. Partendo da qui mi propongo di mettere alla prova alcune immagini di Munthe medico.

I miti principali di Munthe medico sono due. Il primo come arrogante medico dell’alta società, il secondo come altruistico dottore dei bisognosi. Il dottore protagonista e il dottore benefattore. Quello che frequenta i salotti e padroneggia i codici dei privilegiati ( e, proprio in virtù di questo, può elevarsi al di sopra di questi stessi codice) e quello che percorre i bassifondi, tra i più reietti. Quello distaccato, che osserva sarcasticamente la sua paziente aristocratica, quello coinvolto e partecipe, che si lascia commuovere dalla semplicità e autenticità dei poveri. I corpi e le malattie dei pazienti divengono metafore del falso e dell’autentico. È tutto ciò avviene su un palcoscensico pubblico dove lui stesso è curiosamente consapevole del suo bisogno di attenzione e conferme. Si occupa con successo del suo prestigioso studio medico, avendo a disposizione il fragile corpo dell’aristocrazia. Sono vanterie i rotoli di banconote piazzati a caso su tavoli e sedie e il piatto nell’ingresso con i biglietti da visita dell’elite – ma sono vanterie anche i suoi resoconti del suo impegno nei bassifondi e nei quartieri devastati dal colera e l’immagine di lui, sporco di sangue, tra i corpi martoriati del campo di battaglia. ”autocompiaciuto come una puttana” annota pungente Strindberg.

Come gli è possibile sopportare le confidenze di quanti sembra disprezzare. La cinica spiegazione data da lui stesso e da altri è che così facendo, guadagna soldi e prestigio a loro spese. Capitale reinvestito secondo i principi di un novello Robin Hood: costringere i ricchi a donare ai poveri. Ma non è possibile affermare che utilizzi questi privilegiati e vulnerabili corpi nudi come strumenti di guadagno, anzi, sembra che raramente abbia preteso un compenso. Risulta evidente che li convinse a donare spontaneamente. Attraverso il suo intuito psicologico e la capacità persuasiva riusciva a smuovere la forza autoguarente dei pazienti, ma anche a dirigere la loro energia e a risvegliare il loro interesse, spesso a vantaggio dei suoi ideali: Capri, la protezione animali, l’arte e la musica, a volte anche per alti scopi. Sotto la sua influenza, è stato detto, che i pazienti si scordassero di se stessi, trovando una ragione di vita, spesso collegata alla persona del medico.

Ma, oltre a queste due, è possibile trovare altre identità di medico in Munthe.

Il patto
Fornirò le prove dell’esistenza di un tale altro Io attraverso il racconto personale di una paziente.

La principessa Maria Pavlovna

In occasione del capodanno 1913, la ventunenne principessa russa Maria, sposata adolescente con Guglielmo, figlio di Gustavo V, arriva a Capri per tenere compagnia alla regina Vittoria, da anni paziente di Munthe.

1. Prima la versione di Maria
Nervosa e piena di aspettative, incontra Munthe su cui ha sentito diversi giudizi, alcuni di ammirazione sconfinata, altri assolutamente negativi ”era visibilmente ansioso di conquistare la mia fiducia, cosa che non gli fu affatto difficile.”

Escono per passeggiate e gite. Munthe conduce Maria alla scoperta dell’isola e le parla di uomini, storia, libri, natura. La fa sentira intelligente e valorizzata.
(”non avevo mai incontrato qualcuno che si rivolgesse a me come faceva lui”)

Munthe le fa domande sulla sua vita. Si conquista la sua fiducia e lei gli apre il suo cuore, gli confida la sua solitudine interiore, la sua angoscia, la sua insicurezza, il suo stato di salute. ”ascoltava tutto pazientemente, ma si mostrava interessato principalmente alla mia salute. Mi interrogò a lungo su quali malattie avessi avuto da bambina e quali fossero le malattie ereditarie nella mia famiglia. Appuntava tutto ciò che gli raccontavo e raggiungeva visibilmente a conclusioni, di cui non mi rendeva mai partecipe ... mi rivelò unicamente un giorno, all’improvviso, senza altre spiegazioni, che a giudicare da alcuni sintomi i miei reni erano compromessi e che, in queste condizioni, il rigido clima svedese poteva nuocermi ... era necessario che prolungassi la mia permanenza a Capri... Dopo la pianificata visita in Svezia, dovevo affrettarmi a ritornare”
(”Mi ammaliò abilmente.”)

Maria ritorna in Svezia. ”La mia malattia, reale o immagginaria, venne subito dimenticata.”

Di nuovo a Capri qualche mese più tardi nota un cambiamete in Munthe. La sua dolcezza e cordialità sono scomparse per far posto a una nuova severità ”mi accusava ora di essere superficiale, addirittura frivola, e mi rimproverava l’aridità della mia esistenza. ...trovavo naturale che si rivolgesse a me in questi termini...avevo perso fiducia in me stessa e nel futuro e persi ogni coraggio.” Maria sente che la sua identità viene sistematicamente disintegrata.
(”Agiva per rendermi completamente dipendente da lui.”)

Il passo successivo consiste nel darlo una nuova identità. ”Munthe iniziò ora a farmi credere di essere malata”. Mi suggestionò al punto di farmi convincere che i miei reni non funzionavano ... e che da ora in poi avrei dovuto passare i freddi mesi invernali sotto le sue cure”
Quando è di nuovo tempo per Maria di lasciare Capri, Munthe è preoccupato. Rafforza la sua identità di malata. ”Era ora sicuro che i miei reni fossero seriamente danneggiati”. Doveva seguirlo in Germania per cercare uno specialista e fare ritorno a Capri il prossimo inverno.

Osserva Munthe tessere una tela, che la avvolge sempre più stretta. (visite irrinunciabili da specialisti, referti medici, consulti tenuti in segreto con la famiglia di lei in Svezia e in Russia). Capisce che cerca di isolarla dagli altri ”aveva ottenuto il controllo totale che gli era necessario per avere il diritto di prendere decisioni riguardo la mia vita”
(”Mi sentivo in trappola”)

La battaglia tra Maria e Munthe si inasprisce. La delusione di lei si fa più profonda, lui ha saputo risvegliare in lei qualcosa che non le consente di esprimere. La prospettiva è deprimente. Sei mesi imprigionata su un’isola rocciosa e il resto dell’anno considerata una malata. ”iniziai lentamente a liberarmi dall’esistenza vaga e confusa in cui mi ero a lungo dibbattuta”. Ritornata sicura di se stessa, prende una decisione: lasciare tutto: Munthe, marito, figlio, la Svezia. Nuove visite mediche le confermano di non essere affatto malata.
(”Specialisti francesi constatorono che i miei reni non presentavano alcuna anomalia.”)

2. Questa l’altro versione
È evidente come Munthe sia molto intraprendente nel procurarsi una nuova paziente. La sua bravura di dottore consiste nel saperla ascoltare e nel parlare, ma sopratutto nel rendere più profondo il suo malessere. Descrive alla corte svedese e alla famiglia di Maria in Russia le sue preoccupanti condizione di salute.
Nervosa, agitata
Stanca
Forti emicranie che si ripresentano a intervalli di due o tre giorni
Sonno molto inquieto, interrotto da sensazioni da lei descritte come ”scosse elettriche”
Crampi alle gambe
Nausea e senso di disgusto
Dolore alla schiena Tachicardia e difficoltà respiratorie
Mancanza di sensibilità alle dita
Prurito su tutto il corpo
Improvvise allergie sulle spalle e sul seno
Pelle estremamente secca, mancanza di sudorazione
Gonfiori
Edema.
Facile a stancarsi ad ogni sforzo.
In tre diverse occasioni, cecità temporanea.

La diagnosi sembra un requiem recitato sopra un corpo staziato, la concomitanza di praticamente tutti i sintomi del repertorio disponibile per le pazienti dell’alta società di fine secolo. Continua con l’analisi dettagliata delle urine e si conclude con un’ ipotetica diagnosi: infiammazione dei reni aggravata da una tetra prognosi avvalorata dall’elenco degli sfortunati mali ereditari della famiglia di Maria; molti membri della famiglia hanno sofferto e sono anche deceduti in seguito ad infiammazioni ai reni. Per un quadro clinico completo si rendono necessari ulteriori accertamentei. Analisi del sangue, della pressione e del cuore sono ancora da farsi. Trattamenti, che prevedono, tra l’altro, bagni caldi e frizioni della pelle, hanno fatto retrocedere i sintomi. La tranquilla permanenza a Capri è stata di aiuto.
Munthe sembra aver fatto tutto il possibile per dimostrare che una principessa sana è in realtà una principessa malata. Per il suo bene va trattenuta sulla sua isola.
Qual è il suo interesse nel legarla a sè?

3. segue un terzo livello interpretativo, contenuto nel racconto ufficiale di Maria: le sue lettere indirizzate a Munthe. Non sembrano affatto descrivere una relazione che si andava sfaldando.

Nell’estate del 1913, mentre si chiede come sfuggire alla noia della vita di corte svedese e all’incantesimo imprigionante di Munthe, gli scrive: ”Conto le ore che mi separano da voi, penso a voi continuamente, sempre. Sarò meraviglioso incontrarvi di nuovo, parlare con voi, perché non avete preso questa decisione più in fretta? .... . mi convinco sempre più che non guarirò mai qui dove mi trovo /Stoccolma/. Penso a voi tutto il tempo...Mi mancate.”
Le lettere documentano intimità, sebbene non siano, come potrebbero sembrare a prima vista, lettere d’amore, ma piuttosto strategiche

4. La relazione tra Maria e Axel travalica i limiti del distacco professionale che ci si aspetterebbe. Ma il mio proposito non è interpretare i dettagli di questa relazione in particolare. È interessante, invece, come sia così sorprendentemente tipica della medicina che descrive le donne negli anni di fine Ottocento e inizio Novecento.

Medico e paziente stringono un patto. La paziente proietta lo smarrimento esistenziale e la frustrazione nell’unica forma di ribellione consentita alla donna: la malattia. Nel medico trova un confidente e un alleato. Può aiutarla a fuggire da una condizione di vita che considera insopportabile. Ascoltandola e parlandole egli si approfitta proprio di quella mancanza di una ragione esistenziale che lei proietta nella sensazione di essere malata. I sintomi sono abbastanza vaghi da non costituire delle menzogne, ma abbastanza seri per richiedere una sorveglianza e un controllo continui. Imprevedibili e indefinibili si sono impossessati di tutto il corpo. Maria è malata secondo un noto prototipo femmine, ben comprensibile alle donne: debole, fragile, sensibile, dipendente.

Munthe agisce nello stesso modo. La cattura attraverso la comprensione che le dimostra, ma vuole qualcosa in cambio. Appena si assicura la sua dipendenza, la relazione, apparentemente paritaria, si spezza per diventare gerarchica. È come se mettesse alla prova il suo potere maschile di medico. Il caso presenta le caratteristiche di un esperimento scientifico. Fino a che punto può spingersi l’ascendente del medico sul paziente? È possibile (come lo descriveva Proust) collocare un’ anima malata in un corpo sano, nello stesso modo in cui, attraverso la suggestione postipnotica, è possibile costringere un individuo a compiere determinate azioni. Fino a dove la supremazia dell’uomo può spingere la sottomissione della donna. Come si creano la dipendenza e i legami?

Medico e paziente sono accomunati da diversi bisogni di conferme – lo stesso patto è stato descritto tra Charcot e i suoi pazienti e tra Freud e i suoi. Il medico offre al paziente l’attenzione e le conferme di cui questi ha bisogno e il paziente contraccambia raccontando proprio quello che il medico si aspetta di sentire: una nevrosi fatta emergere attraverso l’ipnosi (Charcot), attraverso le esperienze rimosse (Freud), una psiche labile, un corpo fragile, una visione precostituita della donna, l’immagine della bambina viziata, annoiata e sottomessa. La dipendenza del paziente dal medico va continuamente alimentata e pretende un impegno altrettanto faticoso da parte del medico. Attraverso una continua vicinanza e disponibilità il rapporto si approfondisce.

Munthe scrive:

…non mi sono mai allontanato dal paziente, praticamente neanche per un giorno, da più di un anno, e sono io stesso esausto e privato del sonno”

La paziente confonde facilmente il legame con una relazione sentimentale.

Munthe scrive:

I sintomi dell’innamoramento descritti da Munthe ”innalzano il medico a eroe dei loro sogni”, sono gli stessi che compaiono ovunque nella letteratura medica che si occupa della donna al passaggio dei due secoli.

Il rinomato specialista svedese in neurologia, Ernst Westerlun, contemporaneo di Munthe, ascolta rassegnato la dichiarazione d’amore della sua paziente e prescrive: un lassativo!

La visione della donna di Munthe, così come la descrive in più di un’occasione, è fortemente gerarchizzata. Il rapporto dottore-paziente può costituire la sublimazione dell’atto sessuale, la legittima affermazione della supremazia maschile, forse acuita dalla propria proibita attrazione, forse, al contrario, dal disprezzo per le donne che non sono in grado di attrarlo. Attraverso l’Io del Munthe Medico riceve conferma il suo Io maschile

La scena
Munthe fu un medico che ebbe un successo sorprendente presso l’aristocrazia europea. Il suo destino fu di dover sopportare un ruolo che egli stesso disprezzava: il dottore alla moda.

Come fu possibile che ciò accadesse? Egli risponde a questa domanda in una racconto (La Storia di San Michele, 49-52). Ha 23 anni, si è appena laureato, discutendo una tesi vagamente scandalosa, e ha da poco aperto uno studio medico per la società parigina. La sua carriera segue un percoso di successo tipico per i suoi tempi. Formatosi come ginecologo, e, quindi, come dottore per le donne, grazie a questo ruolo si addentra in una patologia, a prima vista, prerogativa femminile: la nevrosi. Si trattava di una strada, che in un periodo di intenso interesse per lo iato femminile corpo-mente poteva rivelarsi un successo; molti dei dottori per donne di fine Ottocento, si guadagnavno una posizione alla ribalta in campo internazionale.

Munthe dottore alla moda

La maggior parte dei pazienti di Munthe sono donne. I sintomi sono svariati e comuni: spesso la paziente si presenta con un piccolo foglio e comincia ad elencare una lunga lista. Le pazienti pretendono ora che venga dato un nome al loro malessere. Diagnosi favorita è l’appendicite. Ma quando si diffonde la notizia che i chirurgi americani curano la malattia con i bisturi, l’interesse si affievolisce.
”Bisogna scoprire una nuova malattia che soddisfi l’ampia richiesta”. In breve viene approntata la diagnosi di colite e il successo è immediato.

Allo studio di Munthe si presenta un giorna una splendida donna dell’aristocarazia parigina. Teme di essere affetta da appendicite. Quando Munthe le dice che non si tratta di questo, si dispera. Rassicurante lui le spiega che si tratta di colite. La paziente è visibilmente sollevata e si accordano per due visite settimanali di controllo. Già al primo controllo, la paziente è letteralmente raggiante. Ha ottenuto una diagnosi, una conferma. La fama della nuova malattia si sparge; la fortuna di Munthe come medico è fatta. Nuovi pazienti affollano il suo studio. Lui da loro quello che cercano: attenzione, comprensione, un’attenta analisi. A volte anche qualcosa di più concreto: la prescrizione di una dieta, una raccomandazione, ma quasi mai un farmaco. Più spesso si tratta di fornire loro un’occupazione, un diversivo, una compagnia. Sempre, comunque, un’indicazione che le allontani dal proprio Io. Quelli che detesta – quelli che sono più arroganti di lui – li rende malati con opposta strategia: infonde paura, crea la convinzione della malattia, fornisce una prognosi drammatica e assolutamente pessimista.

I racconti dello stesso Munthe possono essere variamente commentati. Da una parte esprimono la famosa arroganza e la distaccata ironia per la categorie di pazienti tenuti in poca considerazione: isteriche o nevrotiche donne dell’alta società con sintomi comuni che hanno difficoltà a desrivere e il cui unico pregio sono i soldi che sono disposte a sborsare.

Ma denota anche qualcos’altro: la capacità unica di Munthe (ed è ancora molto giovane) di saper classificare un paziente e adattare la terapia a una diagnosi individuale.

Quanto detto descrive forse meglio, in realtà, la condizione esistenziale della donna dell’alta società – un’esistenza sociale limitata con la malattia come unica occasione concessa di poter esprimere una protesta, un ruolo in mancanza di altri ruoli, un’identità in mancanza di altre identità. Il medico era una delle poche figure con cui poteva confidarsi, con cui parlare per essere compresa. Nella migliore delle ipotesi rompeva il guscio, spezzava la noia e individuava la sofferenza.

I successi di Munthe anticipano il posto sulla scena che lo aspetta. La fine dell’ Ottocento è caratterizzato da un vivace dibattito sulla medicina correlate alle classi sociali privilegiate. Riguarda le donne che la scienza medica con l’aiuto di modelli base (ginecologico, neurologico, psicologico) descrive come malate di costituzione. Si crea un mercato immenso per i medici. Ma riguarda anche il principio maschile minacciato: l’uomo moderno in carriera sottoposto nella corsa al progresso a una costante, nociva pressione sul sistema nervoso. Diagnosi come la nevrosi, la nevrastenia, l’isteria, l’ipocondria, la ninfomania, la perversione sessuale (omosessualità), apre ad entrambi i sessi un crescente panorama di possibili malattie.
Per l’alta società europea questo insieme di malesseri viene ad arricchire la sensibilità di classe: la interiorizzano, quindi, inconsciamente. Questo comporta l’affermazione del ruolo di malato. Il corpo è il campo di prova che permette di individuare l’appartenenza alla classe sociale. Intorno a questo corpo si crea una complessa di industria terapeutica che comprende luoghi di cura, sanatori, case di convalescenza e istituti di trattamenti per malattie mentali. Questa industria ha bisogno di specialisti.

È un’affermazione sociale vantare un medico, che è molto più di medico: un confidente, un amico, un protettore, un consigliere, un servo nell’intimità rigidamente regolata dalle distinzioni di classe.
Uno studio medico di successo può sostenersi su una media di quattro-cinque famiglie facoltose. In cambio è richiesta la disponibilità costante del medico. Spesso incontra il paziente quotidianamente o più volte alla settimana. Munthe viaggia per l’Europa in lungo e in largo, chiamato in aiuto da un paziente altolocato dopo l’altro. Li segue per settimane e per mesi nei loro castelli, alberghi di lusso, sui prestigiosi panfili, li indirizza alle località di cura, si affretta ai loro capezzali quando peggiorano o pensano semplicemente di aver bisogno di un sonnifero per l’incombente notte insonne. Un mercato sorprendentemente fruttuoso con il corpo come investitmente e dove malattie autentiche o immaginarie si confondono in una simbiosi caotica.

Su questo sfondo – in combinazione con il panorama più concreto costituito dalle malattie infettive e veneree e da tutte le altre – il mercato medico negli anni di passaggio fra i due secoli è in pieno fermento. I rimedi sono pochi: chinino, preparati a base di acido salicilico, ferro, iodio, digitale e poco altro.

Le pazienti più problematiche vengono trattate con il bromuro di potassio. Morfina, oppio, cocaina ricoprono un ruolo importante ed ambiguo. L’unico altro rimedio offerto dal medico sono raccomandazioni dettate dal buon senso: dieta, bagni, massaggi, moto, cambiamenti d’aria, riposo.

Il campo si spalanca, di conseguenza, alle terapie alternative, metodi di indagine psicologica e mentale e la valorizzazione della capacità autoguarente del paziente, che spezzano o gestiscono il ruolo del malato.

Quanto detto, rende Munthe meno unico: egli si trova ad agire in un periodo in cui la psicologia suggestiva, la psicologia relativa, le sedute di ipnosi, le terapie parlate e un autoritario rapporto medico-paziente sono i requisiti tipici della medicina.

Medico di successo è chi sa sviluppare terapie personalizzate. Se trova la strada giusta diventa rapidamente un dottore rinomato, alla moda. Munthe si vanta di appartenere all’elite di quanti si muovono in questo senso: l’illustre Charcot, lo specialista di neurologia americano Silas Weir Mitchell, rinomato per le sue cure di riposo e descritto come carismatico, autoritario, divino, il temuto Richard Krafft-Ebing, specializzato nei segreti della sfera sessuale – tutti mandano i loro casi senza speranza a lui: nevrasteniche, isteriche, morfinomani, cocainomani, ninfomani, cleptomani, omosessuali di ambo i sessi e quanti non appartengono ”a nessun sesso” (qui Munthe si riferisce all’intenso interesse di fine secolo per le perversioni e le deviazioni della sessualità).

Gli unici casi in cui dichiara il suo fallimento sono gli omosessuali – forse, sottolinea con perspicacia, perché non si tratta di una malattia, ma di una tragica devianza congenita.

La capacità di capire, interpetare, classificare un paziente è la vera dote di Munthe. Con profondo intuito segui l’importante tradizione della medicina ottocentesca, che si occupava di stimolare attraverso una forma di dialogo la capacità autoguarente dell’individuo.

Munthe scrive:

Non dire mai alla paziente di cosa soffre; non vuole la conoscenza, ma la speranza”.

Non sembra quasi mai classificare i suoi pazienti in relazione a precostituite diagnosi o specifiche malattie. Li visitava fisicamente? Non si ha ques’impressione. Forse la forza era nella sua stessa combattuta personalità (a volte descritta come una tendenza alla doppia personalità), capace di raggiungere una particolare forma di identificazione. Si potrebbe sostenere che la sua ipocondria – da lui stesso sottolineata spesso e volentieri (dolore alle gambe, nevralgie, ansia intollerabile) abbia affinata la sua capacità di identificazione. Si può citare l’acuta osservazione di Marcel Proust che osserva come il medico migliore è colui che ha fatto esperienza della malattia.

La Terapia
Munthe era riconosciuto per la sua abilità di medico. Ma cosa faceva esattamente con i pazienti? Perché qualcosa deve pur aver fatto?!

Come Munthe curava i suoi pazienti

”sono convinto che possedesse un’energia ipnotica”, scrive un paziente. Nella letteratura su Munthe si dibatte insistentemente sul suo rapporto con Charcot. Era o non era allievo di Charcot? Frequentava le famose lezioni del martedì? Perchè fornisce un resoconto contraddittorio? Perché era in atto un conflitto o perché fu in realtà un paziente di Charcot (sarebbe quindi una rivolta contro il suo maestro). Comunque si decida di considerarlo, si è unanimi nel ritenere che si ispirò alle terapie fondamentali derivate da Charcot, idolatrato dalla medicina e dall’opinione pubblica contemporanea. Il racconto di Munthe indica una stretta relazione (ha, indubbiamente, ha una conoscenza professionale diretta dei pazienti; il Gèneviéve che descrive, apparteneva con pochi altri – Blanche Wittman, Augustine - alla cerchia dei pazienti preferiti di Charcot.)

È superfluo concentrare tutta l’attenzione sul rapporto o non-rapporto di Munthe con Charcot, visto che non è questa la chiave di lettura dei suoi metodi terapeutici.

Al contrario, dice lo stesso Munthe, le teorie di Charcot sull’ipnosi ”hanno ritardato le nostre conoscenze sulla vera natura del fenomeno”. Charcot si serviva dell’ipnosi in via sperimentale come metodo per illustrare un nascosto disordine neurologico (nevrosi) e lo riteneva efficace solo nei casi di isteria. Non utilizzava la suggestione ipnotica come terapia. Questa era, invece, quanto facevano un altro gruppo di neurologi, la c.d. Scuola di Nancy, sotto la guida di A.A. Liébeault e di Hippolyte Bernheim, e la cui relazione con Charcot e la scuola di Salpétrière veniva descritta dai contemporanei come una ”guerra”. È qui che va cercato il modello di Munthe.
Un’indicazione in tal senso è chiaramente rivelata ne La Storia di San Michele e trova conferma in una lettera del 1890 al suo mentore Sibbern:

Munthe scrive:

mi trattengo una settimana a Nancy da Bernheim, autorità indiscussa negli argomenti di cui mi sto occupando”

Anche la tecnica ipnotica di Munthe è modellata su quella della Scuola di Nancy, che viene così descritta:

Il medico chiede al paziente di guardarlo negli occhi per un minuto o due. Durante questa fase egli, di regola, rimane in piedi con la mano destra posata sulla fronte del paziente. Con voce profonda, empatica (a volte con tono di comando) lo invita ad addormentersi.
Quando la paziente è in uno stato di trance (charme) passa allo fase successiva, la rassicura su un miglioramento, che i sintomi regrediranno, che guarirà. Se è una specifica parte del corpo ad essere colpita da malattia o dolore, questa può essera accarezzata o frizionata per aumentare la suggestione.

Munthe racconta: viene chiamato a Londra per un caso definito senza speranza da due colleghi.

Munthe scrive:

Il loro pessimismo aveva contagiato tutta la casa, la voglia di guarigione della paziente era paralizzata dallo sconforto e dalla paura della morte ... posai la mia mano sulla sua fronte e le spiegai lentameneme e con decisione che non avrebbe avuto bisogo di morfina quella notte. Avrebbe dormito comunque, e il giorno dopo si sarebbe sentita molto meglio ... Pochi minuti dopo cadde in un sonno profondo ... La mattina successiva mi sorrise e mi disse che si sentiva molto meglio.

Diagnosi: apatia interiore. Rimedio: speranza. La stessa tecnica viene descritta in altre occasioni

Munthe scrive:

”Si addormentò dopo 10 minuti, senza che le toccassi altro che la fronte”.

Ha, con successo, usato la stessa tecnica per calmare pazienti violenti nei manicomi, per i problemi di dipendenza (alcolismo, morfinismo, ”ninfomania”) e per i malesseri dell’anima di diversi tipi. ”siamo sulla soglia di un nuovo mondo e si apre una nuova fase per le malattie dell’anima”.

La forza di volontà è indicata come protagonista principale in questo processo: trasmettere la propria forza di volontà al paziente, per riuscire così a risvegliare la forza di volontà del paziente. L’idea non può definirsi originale. Nello spettro delle terapie psicologiche e nei programmi del training mentale diffusi negli anni di passaggio tra i due secoli l’idea della capacità della volontà di influenzare il corpo è motivo centrale. L’igene della volontà è una rubrica che ritorna frequentemente nei testi medici dell’epoca.

Si creava ampio spazio per un atteggiamento autoritario del medico. Anche questo era parte del programma della scuola di Nancy e di Barnheims, una sorta di tecnica basata su un comando amorevole.
Un esempio. Munthe viene chiamato per una paziente che per un lungo periodo è stata, invano, trattata con farmaci e diete. Munthe visita la paziente, si accende una sigaretta e dice.

Munthe scrive:

mi sposto ora nel vostro ingresso per finire la sigaretta. Non ci vorranno più di 5 minuti. In questi cinque minuti dovete decidere se volete vivere o morire...la malattia che vi hanno diagnosticato non esiste!”

Una guarigione su comando?

L’opposto di un comando è l’obbedienza. L’obbedienza è un altro concetto che ritorna costantemente quando Munthe descrive un efficace rapporto medico-paziente.

Munthe scrive:

la paziente era inizialmente difficile da gestire, ma alla fine cominciò ad ubbidire ... mi ubbidisce ora in tutto .... mi ubbidisce completamente ...

Quando gli specialisti interpellati non hanno il coraggio di sfidare la volontà le paziente, li disprezza. I pazienti avevano paura di Munthe. Egli viene criticato per la sua severità. Molti lo considrano tirannico, dispotico.

Sottolinea che il trattamento ipnotico non deve necessariamente addormentare o interrompere lo stato di veglia, un sonno ipnotico totale può al contrario rivelarsi dannoso. Rifiuta ironicamente di venire definito ipnotizzatore (un epiteto che ha il suono di intrattenitore). Le capacità richieste da un trattamento che abbia successo sono la padronanza della complicata tecnica del metodo.
Il problema di Munthe non è la suggestione ipnotica come tale, ma il motivo per cui questa capacità taumaturgica sia legata a determinate persone, ma non ad altre. Va oltre l’esperienza, la conoscenza e la tecnica.

Munthe scrive:

quale forza misteriosa sembrava irradiarsi dalla mai mano? Da dove proveniva? Si sprigionava dal mio inconscio?”

O si trattava di altro? Freud, stranamente, in questo contesto non viene menzionato. L’opera di Joseph Breuers e di Freuds ”Studien über Hysterie” fu pubblicata nel 1895 e si occupa della stessa tipologia di pazienti di Munthe. Il suo metodo presenta i caratteri della psicoterapia intuitiva, ma sembra distaccarsi dall’impostazione antiautoritaria, paziente e progressiva della psicoanalisi.

Contemporaneamente, lo stesso Munthe afferma:

Munthe scrive:

”il mio metodo non è il più veloce, ma il migliore”

Questo metodo è costituito dalla combinazione di presenza carismatica, intuizione psicologica e atteggiamento autoritario (lui stesso lo descrive come infondere fiducia). Da questo punto di partenza creava il campo d’azione della terapia. A questo aggiunse le tecniche classiche della psicologia basata sulla suggestione, come erano state formulate dalla scuola di Nancy. I principi fondamentali sono: 1. l’ascolto 2. la vicinanza 3. il contatto fisico.

Su queste basi si servì consapevolmente della chiave fornita dall’effetto placebo: l’Io autocurante. È fondamentale, dice, che il miracolo non sia compiuto dal medico ma dall’ Io inconscio del paziente. Questa formula attraversò il difficile divario tra alta società e miserabili. Vi fece spesso ricorso nei giorni intensi passati tra i soldati morenti durante la prima guerra mondiale – non c’è ragione di dubitare della verità delle sue affermazioni – quando, senza morfina, cloroformio o anestetici ”con la mano posata sulla loro fronte e con parole di speranza e consolazione ripetute lentamente”, riusciva a suggestionarli al punto di far scomparire il dolore e il terrore della morte.

La sua voce viene descritta come melodica, a volte melanconica.
L’immagine di se stesso Munthe parla del suo ruolo di medico con disprezzo. ”Non possiamo nulla. Non sappiamo nulla.”

Axel Munthe e Gustav Norström

Suo migliore e fidato amico è Gustav Norström, bandito dalla Svezia e radiato dall’albo dei medici svedesi dopo una scandalosa operazione ginecologica conclusasi con la morte della paziente. Formano una coppia unita da un cinico gergo medico maschilista che non disdegna avventurose operazioni ginecologiche. Il ritratto di Norström fornito da Munthe ne La Storia di San Michele, è il resoconto realistico, solo vagamente sottaciuto, di un medico, pubblicamente additato come incapace e avventato, un “quasi ginecologo”. Questa descrizione, considerata poco generosa, andrà invece, riletta come un’amichevole e diplomatica interpretazione di una nota imperizia medica.
L’autore scrive:

La mia dissertazione è debole sotto ogni punto di vista ...la tesi è debole, piena di lacune e incompleta. La sistematica denigrazione dei medici e della medicina scientifica come viene presentata nei dialoghi con Norström può sembrare quasi diffamante. Senza dubbio è insolita. Sullo sfondo dei grandi risultati raggiunti nel campo della batteriologia, della diagnostica e della chirurgia i medici di fine secolo si caratterizzano come marcatamente professionali.

Munthe attacca direttamente il loro punto debole: il nichilismo terapetutico. La conoscenza delle cause e dei decorsi delle malattie all’interno del corpo, non hanno niente a che vedere con il processo terapeutico. Essere esperti nella conoscenza del corpo non aiuta a guarire (risulta particolarmente evidente, quindi, perché eviti di descrivere il corpo quando parla di malattia).
Non è senza un certo compiacimento che enfatizza la presa di distanze dalla sua stessa professione.

Munthe scrive:

La mia professione non mi procura alcun diletto, ma ho, di conseguenza, un certo talento e vengo stimato ” un abile medico”

Descrive i suoi successi a volte con freddo razionalismo come ”pura fortuna”, a volte con la consapevolezza di essere unico ”il mio segreto consiste nell’avere una particolare capacità di saper guidare le persone e queste si piegano, inconsapevoli, alla mia volontà.”
Con gli anni aumenta il cinismo ed egli proclama ripetutamente il suo disgusto per gli esseri umani e un autentico stupore per i successi raggiunti come medico.

Munthe scrive:

La mia professione sarò sempre valida perchè poggia su basi solide - la superstizione e l’ignoranza delle persone.

Sembra in grado di servirsi proprio di questa visione razionale e cinica degli esseri umani per analizzare l’umanità nella sua nuda realtà: vulnerabile, costantemente bisognosa e terrorizzata dalla morte. Posa sul corpo il suo gelido sguardo di materialista. Difende la vivisezione (gli esperimenti medici su esseri viventi) praticata sugli esseri umani. Il suicidio lo affascina. Considera l’eutanasia come una soluzione razionale alle sofferenze inutili; non nasconde di essersi arrogato il diritto, in quanto medico, di decidere in materia.
In questi casi si è riuscito a sconfiggere l’unico avversario che teme: la morte.

Elevare Munthe Medico a uomo di levatura eccezionale, capace di esercitare un potere ipnotico sui suoi pazienti può essere interessante. Ma non basta.

E forse non corrisponde neanche a verità. È più fruttuoso non limitarsi a descriverlo attraverso la sua particolare personalità, ma interpretarlo attraverso il particolare periodo in cui si trovò ad agire, un campo di azione che gli offrì diverse possibilità di realizzare il suo progetto esistenziale. Ma anche analizzare la sua capacità di ascoltare e collaborare in sede terapeutica, studiare le sue tecniche e capire il suo acume di medico. Potremmo scoprire qualcosa che può tornarci utile.

Munthe era una persona complicata e rimane complicato da descrivere, non da ultimo perché contribuì in prima persona alla sua leggenda. Ma non è attraverso le persone lineari che si possono comprendere le profonde relazioni tra tempo, spazio ed Io – la vita vissuta- ma attraverso le persone complesse che presentano più sfaccettature. È possibile - per usare un’espressione dell’ermeneutica - lavorare con sguardo comprensivo o diffidente. L’importante è riuscire ad avvicinarsi il più possibile.

L’interrogativo è quanto riusciamo ad avvicinarci a Munthe attraverso le domande poste durante un’intervista giornalistica nel 1934.

1.Quali qualità considerate più importanti in una persona?
- Il coraggio.
2.Quale difetto riuscite più facilmente a perdonare a una persona?
- Tutti.
3.Quali qualità ritenete che contribuiscano a conseguire più facilmente i c.d successi nella vita? - La sfacciatagine.
---
18. Quale sarebbe per Voi la gioia più grande?
- Una morte veloce e senza medici.
19.Cosa preferite mangiare e bere? - Torta di mele, marmellata di mirtilli e vino della mia vigna.
20. Il vostro passatempo? - Cantare Schubert a me stesso.
7. Il vostro motto? - Vivi senza paure, fidati della vita.

Karin Johannisson
Docente di storia dell’Idea e delle tecniche di insegnamento

(L’articolo è stato riportato con il consenso dell’autrice dalla rivista ARTES 1999: 4)